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Il giustizialismo post-mortem in un paese già fin troppo infetto

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Non c’è dubbio che nessun politico come il Cavaliere sia stato oggetto di cosi tante indagini e processi. Un’attenzione quella della magistratura nei confronti di Berlusconi che temporalmente inizia con la sua “discesa in campo” e nell’ambito di quel fenomeno ancora tutto da decifrare che va sotto il nome di Mani Pulite. Un’attenzione che si è protratta sin sul letto di morte, nonostante le numerose archiviazioni che hanno mostrato al mondo come quelle inchieste fossero per la maggior parte, bizzarre.

Non si può ricordare l’avviso di garanzia recapitato direttamente al Presidente Berlusconi a Napoli mentre presiedeva il forum contro la Criminalità Organizzata che ha dato luogo a un processo per corruzione finito con un assoluzione piena perché il fatto non sussiste. E le molte altre che lo volevano mandante esterno delle stragi mafiose del ‘92/93, o ancora quella in relazione a Ruby Rubacuori (anch’esse terminate con assoluzioni piene o ancor prima con l’ archiviazione).

A dir la verità, anche nell’unico caso i cui Berlusconi è stato condannato, scontando la pena per frode fiscale e, soprattutto, le pene interdittive connesse, reca più ombre che luci.

Quanto emerso con il caso Palamara, dimostra chiaramente la irregolarità di quella sentenza (almeno in punto di forma), e, soprattutto costituisce conferma di quel che il Cavaliere andava dicendo – invero in modo assai colorito – sullo stato di una certa parte di magistratura che utilizzava l’alto ruolo ricoperto per scopi politici.

La cosiddetta sinistra giudiziaria ha tentato di abbattere Berlusconi non per via politica ma per via processuale. Potremmo dire, invano.
In ogni caso, stante la natura di “imputato eccellente” e soprattutto ancora nell’agone politico, con Berlusconi il tema giustizia diventa tema politico a tutto tondo, uscendo dalle stanze degli addetti ai lavori ed entrando a pieno titolo al centro del dibattito pubblico.
La prima è grande polarizzazione parte da lì. Gli antiberlusconiani lo ritengono colpevole di tutti i reati ipotizzati e ipotizzabili e i berlusconiani al contrario, vittima sacrificale di una vera e propria persecuzione giudiziaria.
Al netto, tuttavia, delle responsabilità penali, vere o presunte, non può negarsi che con la vicenda Berlusconi il fetido puzzo di giustizialismo che già era stato humus di coltura della defenestrazione dalla politica di Craxi e poi dei processi ad Andreotti, ha fatto il salto di qualità, infettando questo Paese già tramortito da Tangentopoli. E ancora oggi ne siamo impregnati. Quell’idea malsana che il diritto penale sia strumento di pulizia etica, di palingenesi morale, e che i magistrati debbano diventare sacerdoti di questo rinnovamento sociale, anche a costo di rinnegare le fondamenta dello stato di diritto.
Berlusconi commise degli errori, senza dubbio : in particolare quello di non aver portato a fondo una riforma complessiva del settore, rifugiandosi al contrario, in interventi legislativi singoli e sospetti. Ma non c’è dubbio che fu antesignano nell’individuare certe storture nel modo di amministrare la giustizia e nel portare all’ attenzione pubblica i diritti dell’imputato, non più mera propaggine cavillante di azzeccagarbugli improvvisati, ma tema di fondo di un processo penale che non può indulgere alle emozioni della folla.
Questo fu indubbiamente uno dei suoi grandi meriti e al contempo anche uno dei suoi più grandi limiti, non riuscendo a completare l’opera.

Oggi, che a distanza di 30 anni, i temi pubblici in materia di processo penale sono ancora gli stessi, chi veramente ritiene il garantismo non una bandiera a corrente alternata, potrebbe cogliere l’occasione per portare a termine quello che Berlusconi non riuscì a fare: una riforma che riporti in equilibrio un sistema penale completamente sbilanciato.

 

(13 giugno 2023)

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