di Daniele Santi
E’ certo che l’arresto di un boss latitante da trent’anni, pericoloso, i cui crimini efferati sono parte della tristissima storia delle mafie italiane non può non essere accolto con sollievo e con contenuta soddisfazione: perché la mafia sta sempre lì, si è arrestato un boss. Nell’anniversario dell’arresto di Totò Riina. E, come diceva qualcuno in una trasmissione televisiva del 16 gennaio, niente nel mondo delle mafie succede per caso.
Reggio Emilia. Modifiche al traffico in via Gattalupa
Per consentire lavori manutenzione al verde, in via Gattalupa, giovedì 30 luglio 2026, saranno adottati i seguenti provvedimenti:... →
Si è arrestato un boss che si era già ricoverato sei volte nella stessa clinica dove è stato arrestato; si è arrestato un boss che “si sapeva malato”, dichiarazione all’Agi da un membro delle forze antimafia, “da due anni grazie a intercettazione e soffiate e proprio da due anni tutte le persone ricoverate a Palermo e in tutta Italia con una vaga somiglianza con l’identikit di Messina Denaro venivano monitorate e controllate” dalle Forze dell’Ordine. E’ bello che la presidente Meloni voli a Palermo a congratularsi, ma non è bello dimenticarsi che questo arresto, come tutti gli altri arresti eccellenti, è frutto di un lavoro congiunto di tutte le Forze dell’Ordine, con i mezzi che conoscono in maniera più che egregia e che senza di loro non ci sarebbero arresti né repressioni.
Di questa spudorata e svergognata propaganda di se stessi che si intesta ogni risultato positivo e che scarica sugli altri i propri errori, questa Italia non ne può più.
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(16 gennaio 2023)
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