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Celebrazioni del 25 aprile. Il sindaco Vecchi: “Ribadiamo oggi con forza i valori della Costituzione ed il nostro no al nazifascismo”

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di Redazione Reggio Emilia

“Ogni giorno assistiamo a dichiarazioni, ricollocazioni, revisioni inaccettabili. E’ una precisa strategia. E’ in certa misura una precisa ideologia. E’ un lavoro strisciante, che mira, colpo su colpo, a generare indifferenza. Proprio quella indifferenza che Antonio Gramsci definiva ‘il peso morto della storia’. Non consentiremo mai di riscrivere quella storia”.

“Chi dice di non trovare la parola ‘antifascismo’ nella Costituzione, sappia che tutta la costituzione è antifascista. In Italia, antifascismo vuol dire democrazia. In Italia, antifascismo vuol dire libertà, dignità ritrovata. Non è il sentimento di una parte, ma è la coesione civile che ha tenuto insieme una comunità dal 25 Aprile in poi”.

Dopo la messa in suffragio e memoria dei Caduti presieduta nella basilica della Ghiara dall’arcivescovo Giacomo Morandi, il corteo lungo la Via Emilia e da deposizione di Corone ai monumenti alla Resistenza e ai Caduti di tutte le guerre, le celebrazioni del 25 Aprile-Festa della Liberazione a Reggio Emilia sono proseguite con gli interventi del sindaco Luca Vecchi, di Giuseppe Pagani presidente Associazione nazionale Partigiani cattolici (Anpc) a nome delle Associazioni partigiane e della scrittrice e attivista di origini iraniane Pegah Moshir Pour in piazza Martiri del 7 Luglio.

Di seguito l’intervento del sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi.

“Abbiamo voluto legare questo 25 Aprile, tra i tanti significati, anche all’impegno contemporaneo sui diritti. Per questo è con noi oggi scrittrice e attivista di origini iraniane Pegah Moshir Pour.

Perché nel percorso di questa città verso la libertà e la democrazia non è mai mancata un’aspirazione progressiva e una tensione costante all’estensione dei diritti delle persone, alla loro dignità in tutti i campi e in ogni contesto.

Disse Nelson Mandela: ‘Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera, nella quale tutti possono essere uniti in armonia e con pari opportunità. Un ideale per il quale spero di poter vivere e di poter attuare, ma se necessario per quell’ideale sarei anche pronto a morire’.

Era un ideale molto simile a quei valori che spinsero una generazione di giovani, all’indomani dell’8 settembre 1943, a scegliere l’impegno della Resistenza.

Ci sono vicende nella storia di una comunità che non possono essere vissute come episodi isolati. Il 25 Aprile 1945 fu un grande crocevia della storia di questo Paese. Era il compimento della fine della guerra, il successo della Resistenza sull’occupazione nazifascista, il punto di arrivo del dolore, dell’umiliane, dei sacrifici, ma anche il giorno della libertà ritrovata, del riscatto di un Paese e di una città.

Ma non solo. Era soprattutto la fine dell’epoca del fascismo iniziata oltre 20 anni prima e della vittoria dell’antifascismo, che apriva la strada alla democrazia, alla libertà, alla Costituzione, all’Italia repubblicana.

Ora credo che vi sia un dovere di memoria, a distanza di tanto tempo, che ci deve imporre di non dimenticare, di continuare a capire, studiare e approfondire.

Lo devono fare soprattutto coloro che con questo passaggio hanno ancora qualche elemento di imbarazzo.

E lo dobbiamo fare, perché dobbiamo avere chiaro che cosa è stato il fascismo nella storia del nostro Paese: fu violenza squadrista, abolizione del sindacato libero, negazione della libertà di informazione, repressione violenta del dissenso, scioglimento dei Consigli comunali; fu prima in teoria e poi nella pratica lo Stato totalitario e l’alienazione di ogni diritto di libertà; fu le leggi razziali; fu la guerra come naturale evoluzione di un’ideologia.

Il fascismo fu il punto più drammatico e il maggiore disonore della storia di questo Paese.

Si adoperarono con metodo per reprimere, umiliare e soprattutto uccidere le migliori e più libere coscienze politiche, civili, culturali, religiose di questo Paese.

Uccisero Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, don Minzoni, i fratelli Rosselli, Antonio Gramsci e tanti altri ancora. E furono responsabili delle più efferate stragi: a Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema, alle Fosse ardeatine e in tanti altri contesti.

Oggi noi siamo qui a rendere omaggio alla città Medaglia d’oro al valore militare della Resistenza, a Reggio Emilia.

Le sue 626 vittime cadute nella Resistenza, nelle tante forme di Resistenza, che furono praticate. Perché non vi fu soltanto una Resistenza armata. Vi fu la Resistenza civile, di un popolo; vi fu la Resistenza delle donne impegnate in tanti frangenti; vi fu la Resistenza dei preti molti dei quali caddero; vi fu la scelta di tanti militari, la stragrande maggioranza, di rifiutare di arruolarsi all’indomani dell’8 settembre e molti di loro, 600.000, furono deportati e internati nei campi di concentramento.

E’ del tutto evidente che, mai come in quest’anno da tempo a questa parte, torni l’urgenza di una riflessione consapevole e collettiva sui valori dell’antifascismo.

Ogni giorno assistiamo a dichiarazioni e ricollocazioni inaccettabili, a bordate polemiche; si assiste al tentativo di equiparare, di bilanciare, di rivedere i singoli episodi e fatti… a volte questo è accompagnato da un po’ di imbarazzo o qualche marcia indietro.

Però dobbiamo dirci con chiarezza una cosa: non è un semplice atto di dilettantismo politico.

E’ una precisa strategia. E’ in certa misura una precisa ideologia. E’ un lavoro strisciante, che mira, colpo su colpo, a generare indifferenza. Proprio quella indifferenza che Antonio Gramsci definiva ‘il peso morto della storia’.

Quell’indifferenza verso ciò che ancora ogni giorno ci deve invece indignare. E’ il tentativo di cambiare il senso comune, di produrre in modo irreparabile una rottura della storia, riscrivendola su basi nuove e del tutto sconnesse dai valori profondi della nostra Costituzione.

Da questa piazza, dobbiamo dirci che noi non consentiremo mai di riscrivere quella storia. Perché la democrazia non esaurisce il suo senso profondo nell’esercizio del diritto di voto, ma tiene dentro di sé un obbligo morale verso la propria storia. Un popolo tiene dentro di sé il dovere di fare i conti con la propria storia, non solo con i momenti più gloriosi, ma anche con quelli più difficili e drammatici.

Chi dice di non trovare la parola ‘antifascismo’ nella Costituzione, sappia che tutta la costituzione è antifascista.

In Italia, antifascismo vuol dire democrazia. In Italia, antifascismo vuol dire libertà, dignità ritrovata. Non è il sentimento di una parte, ma è la coesione civile che ha tenuto insieme una comunità dal 25 Aprile in poi.

La storia di questa città non è quella di una città rimasta al balcone, ad aspettare gli eventi. C’è un calendario civile che accompagna la storia di Reggio Emilia e che, in certa misura, accompagna la storia del Paese: l’Eccidio delle Reggiane del 28 Luglio 1943, il 25 Aprile, il contributo alla scrittura della Costituzione di Meuccio Ruini, Giuseppe Dossetti, Nilde Iotti e soprattutto il contributo di questa comunità in tutto il Novecento, anche in questa piazza, il 7 Luglio 1960.

C’è un fatto che va rilevato: un senso di cittadinanza, un’idea di comunità che deve continuare a rimanere profondamente ancorata alla Costituzione perché, chi dice questa è la storia di una parte, dimentica un fatto: erano comunisti e cattolici, liberali e socialisti, azionisti e repubblicani, quei pensieri, quelle culture e quelle sensibilità che, nella loro percepibile diversità, riuscirono nell’impresa di darci una Costituzione.

Quella Costituzione che all’articolo 1 dice che la Repubblica è fondata sul lavoro; all’articolo 2 stabilisce il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo; tutti i cittadini, dice l’articolo 3, “hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ tutto lì, il capovolgimento valoriale, politico e culturale che il 25 Aprile porta con sé, ponendo fine alle tragedie dell’epoca precedente, indicando una nuova via maestra, un’ideale a cui tendere, fatto di pace, libertà, democrazia.

Concludo con le parole di un grande presidente della Repubblica, uno dei più amati del nostro Paese e che la Resistenza l’aveva fatta: Sandro Pertini disse che “la Costituzione è un buon documento, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua”.

Viva il 25 Aprile

Viva Reggio Emilia

Viva l’Italia”.

E’ seguito l’intervento di Giuseppe Pagani a nome delle Associazioni Partigiane.

Signor sindaco, autorità, cittadine/i,

è con piacere che rivolgo a voi tutti un saluto a nome di tutte le associazioni partigiane della provincia di Reggio Emilia.

78 anni fa il pomeriggio del 24 aprile il partigiano Giorgio Morelli, primo partigiano ad entrare in città, sventolava il Tricolore per le vie di Reggio Emilia ed annunciava al popolo reggiano l’ora della liberazione. Quello steso Tricolore fu issato intorno alle ore 16,20 sul balcone del Municipio da Morelli e altri tre partigiani delle Fiamme Verdi. “Ho Gridato con tutta la mia voce la prima parola di libertà: ed ho pianto perché l’ora che ho vissuto oggi è la sola che abbiamo atteso da tempo, con ansia infrenata, che è rimasta chiusa, soffocata, imprigionata in noi durante le ore delle nostre lotte clandestine”. Son queste le parole con cui Giorgio Morelli (il Solitario) descriveva quel giorno sul foglio del Cln “Reggio Democratica”: Reggio Emilia era liberata, il giorno dopo il 25 aprile segnava per sempre la fine della guerra.

Da allora il 25 aprile è la data in cui tutti i cittadini/e ricordano la Liberazione e quindi il contributo fondamentale che la Resistenza ha dato modificando la storia del ns paese con la sconfitta del nazifascismo e la conseguente nascita della Repubblica Italiana.

Da quella lotta di Liberazione nacque la nostra Carta costituzionale che quest’anno celebra il 75° della sua promulgazione. Questa Carta costituzionale che disegna una repubblica parlamentare, una e indivisibile costituisce il compimento dei sogni e delle speranze di tutti coloro che combatterono contro i nazifascisti per la conquista della democrazia e la rinascita di libere istituzioni.

Lo vogliamo ricordare ancora con vigore in questa giornata contro ogni tentativo maldestro di stravolgimento della verità storica e costituzionale rispondendo a coloro, che pur rivestendo responsabilità istituzionali, come il presidente del Senato Ignazio La Russa, vogliono stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza: “Questa nostra Costituzione è antifascista per i suoi contenuti, per i principi che sono l’opposto di ciò che è stato il fascismo”.

Celebrare il 25 aprile significa innanzitutto rendere omaggio alla città di Reggio Emilia Medaglia d’oro della Resistenza e ricordare il sacrifico dei Fratelli Cervi, di don Pasquino Borghi, di Quarto Camurri, di Enrico Zambonini e di un lungo elenco di tanti martiri, uomini e donne, che in diversi modi accettarono il rischio, si sacrificarono per opporsi alla barbarie.

La storia della nostra libertà, la possibilità che oggi ci è data di vivere in una democrazia, di vedere riconosciuti i diritti fondamentali per tutti, sono il risultato dell’esito eroico del loro sacrificio.

Oggi celebriamo questo giorno e rinnoviamo il nostro impegno in difesa di quegli stessi valori di pace e libertà, per costruire una nuova società, libera dalle povertà, dalle diseguaglianze, dalle guerre, da ogni tipo di fascismo.

E’ di fronte al sacrificio di tanti che oggi ci troviamo qui anche per ringraziare quella generazione di resistenti – italiani ed europei, poiché la nostra Resistenza è stata parte vitale della Resistenza europea e ci rese già allora donne e uomini riscattati e con piena cittadinanza e dignità nell’Europa di oggi – e ringraziare i combattenti italiani e degli eserciti Alleati: a loro va la nostra incancellabile riconoscenza, nei loro confronti abbiamo un debito perenne.

Quei giovani che si opposero alla dittatura, alla violenza nazifascista decisero di anteporre gli ideali di libertà e di difesa della comunità ai loro personali interessi.

E’ su questo dono, è su questo debito, su questo MUNUS, che si fonda la nostra Communitas.

Per questo oggi, in questo tempo difficile, siamo chiamati a RESISTERE alla cultura individualista, separatista, nazionalista che serpeggia da più tempo e riscoprire quel senso di appartenenza ad una unica comunità di destino, ad una fraternità di uomini e donne che si riconoscono nei comuni valori di libertà, uguaglianza, democrazia.

Non ci saranno libertà-democrazia-giustizia se non si riscoprirà questa tensione, un ethos comunitario, una fratellanza che ci accomuna tutti in una fraternità.

Riscoprire il senso, la passione per la FRATERNITÀ in un tempo troppo segnato da egoismi politici, economici nazionali e sociali significa CREARE UN COLLEGAMENTO TRE LE GENERAZIONI, costruire permanentemente un patto generazionale, perché la memoria non si dissolva, affinché la Resistenza non sia solo una pagina di storia o addirittura non venga stravolta da ricostruzioni false e faziose!

Per questo esprimiamo unitariamente, insieme al forum nazionale di tutte le associazioni Antifasciste, la nostra preoccupazione per dichiarazioni, decisioni, comportamenti di alcuni rappresentanti delle istituzioni e della politica che, in vari casi, sono apparsi divisivi e del tutto inadeguati rispetto al ruolo esercitato.

Queste dichiarazioni, questi tentativi di falsificare la storia, ancor più gravi quando messi in atto da rappresentanti dello stato, devono essere fortemente condannati, così come condanniamo il moltiplicarsi di episodi di violenza, di apologia di fascismo, rigurgiti antidemocratici di gruppi che si ispirano a quella ideologia.

La Resistenza ci parla ancora oggi e ci chiede dopo 78 anni di avere la forza di Resistere ad ogni forma di fascismo di ritorno, ad ogni forma di violenza e discriminazione, alla diseguaglianza sociale determinata dalla grave situazione economica in cui versano numerose famiglie e persone a causa degli effetti perversi delle tante crisi che si sono sovrapposte ed intrecciate.

In questa imprevedibile e drammatica stagione che stiamo vivendo con il ritorno della guerra dentro ai confini Europei, la voce della Resistenza ci impone di resistere, di superare i confini temporali e contrastare la cultura della guerra, affinché si ponga un limite alle barbarie, ad ogni forma di aggressione, all’odio, alle stragi contro i civili, alla violenza contro le donne che reclamano il pieno godimento dei diritti civili.

Resistere oggi significa essere a fianco del popolo ucraino, chiedere un immediato cessate il fuoco senza condizioni, significa chiedere che si fermi questa sanguinosa guerra che da oltre un anno sta devastando la popolazione ucraina a causa della aggressione russa; impegnarci per la PACE ovunque in Ucraina come nel tormentato Medio Oriente, in Sudan e in tante altre parti del mondo dove la cultura della guerra distrugge comunità, e uccide uomini, donne, bambini.

Resistere significa inoltre vigilare contro ogni forma di discriminazione contro forme di antisemitismo che continuano a presentarsi, significa, inoltre lottare per l’affermazione dei diritti civili, per le donne che in Iran e in tante altre parti del mondo sono perseguitate solamente perché affermano l’elementare diritto alla libertà, significa contrastare la disumanità con cui le politiche migratorie affrontano la delicata e dolorosa condizione di migliaia di migranti che sono costretti a trovare la morte nel nostro mare in viaggi alla ricerca di condizioni di vita più umane.

Per tutte queste situazioni e per tutte queste ragioni noi associazioni partigiane crediamo che i valori dell’Antifascismo e della Resistenza siano ancora oggi il faro per illuminare la nostra strada, il nostro impegno, e per orientare le istituzioni del nostro Paese.

W la Resistenza

W la libertà ovunque questa è minacciata

W il 25 Aprile!

Quindi è stato il momento della testimonianza di Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista per i diritti umani, da mesi impegnata nella denuncia dei soprusi perpetrati dal regime iraniano, oggi a Reggio Emilia per la celebrazione del 25 Aprile:

25 Aprile 1950: l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi conferì personalmente a Reggio Emilia la Medaglia d’Oro al Valor militare della Resistenza, per il rilevante ruolo avuto durante la guerra di liberazione italiana.

Più passa il tempo e più sembra che ci stiamo allontanando da quello che era successo e la cosa più strana è che non è la genZ quella più giovane a essere distaccata dalla realtà ma le generazioni X e anche la mia Y.

Il 25 luglio 1943 Mussolini venne estromesso e iniziano i festeggiamenti il re Vittorio Emanuele III nominò il maresciallo Pietro Badoglio per presiedere un governo il cosiddetto “regime transitorio”, di cinque anni.

Il 2 giugno 1946 si svolsero contemporaneamente il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, con la partecipazione dell’89% degli aventi diritto.

Oggi questi numeri ce li sogniamo questa si che era voglia di riscatto e consapevolezza della cittadinanza attiva.

Vorrei ricordare che la Costituzione è antifascista e non è un’opinione.

La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana vieta la riorganizzazione del partito fascista: “E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Quindi la Costituzione è la nostra garanzia di libertà.

Ma non sono sicura della reale consapevolezza di questo, perché la storia si ripete e rischia di ripetersi anche nello stesso posto.

Vi racconterò la storia del mio Paese di origine, l’Iran, che sentite nominare molto da settembre 2022.

Grazie ai social network e al grande coraggio del popolo iraniano, finalmente possiamo dire la verità, dopo questi 44 anni di buio. Assistiamo a scene surreali.

Molta gente mi ferma e mi dice “non ci posso credere che tutto questa brutalità sia reale”. E’ vero, vi capisco.

E’ assurdo che una bambino di 2 anni venga ucciso da un colpo di pistola mentre dorme nelle braccia del padre.

E’ assurdo che una ragazza di 13 anni venga presa a manganellate solo perché ha strappato dal suo libro scolastico l’immagine della guida suprema.

E’ assurdo che le adolescenti vengano ripetutamente violentate fino ad essere sventrate.

E’ assurdo che i ragazzi vengano torturati fino a perdere l’uso delle gambe e la ragione.

E’ assurdo che familiari e amici non possano piangere sulle tombe di questi martiri.

Tutti i regimi dittatoriali hanno una cosa in comune: la violenza spietata.

L’Iran lo vede oggi, l’Italia, l’Europa ha già vissuto tutto questo: un Paese dove vige un controllo di massa, dove avvengono discriminazioni legate all’etnia e le minoranze sono perseguitate; dove non si è liberi di avere un credo religioso diverso dalla maggioranza; per non parlare dell’orientamento sessuale, dove ci sono torture di ogni tipo: fisiche, psicologiche, attraverso stupri ed elettroshock, dove viene utilizzato il gas tossico per intimorire le giovani rivoluzionarie; non c’è alcuna libertà di espressione, libertà di stampa, tutti passano per l’istituto di censura.

Non c’è libertà di scegliere come vestirsi; vi sono “pattuglie di orientamento” o polizia morale che decide chi punire o meno. Non c’è libertà di vivere e amare chi si vuole, né libertà di essere.

Ogni dittatura colpisce le donne con leggi che le privano di ogni diritto conquistato nel tempo.

All’alba del ‘79 della rivoluzione khomeinista, è stato tolto il diritto all’aborto, fino all’uso obbligatorio dell’hijab, andando contro anche la religione stessa: capite che è solo una questione di potere, non religione.

Siamo dove si vuole, da 44 anni, portare la donna ad essere “Madre casalinga”.

“Bisogna convincersi che è lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale”.

La prima offensiva al lavoro femminile del Regime si ha nell’insegnamento. Le scuole femminili iraniane sono sotto attacco di gas tossici da persone “ignote”: è strano vero? In Iran se pubblichi un video sui social network in cui balli e canti, vieni arrestato dopo poche ore.

Questi attacchi, in tranquillità e senza alcun ostacolo, vengono portati avanti sulle bambine dai 6 anni, fino agli adolescenti di 17 anni, non per non farli studiare ma per non portare avanti la rivoluzione donna-vita-libertà.

Ci sono immagini di Shirzan, leonesse, le mamme che si sono sedute davanti alle scuole per tutto il tempo dell’orario scolastico, per vigilare su chi arriva.

“La legge 221 limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti”.

Le donne in Iran negli anni si sono fatte spazio, dove potevano, soprattutto nell’istruzione, fino ad arrivare ad essere alfabetizzate fino al 97%, di cui 70% laureate; ci sono donne pilota, così come in molti consigli di amministrazione; atlete in ogni ambito, ma tutte sotto pressione di ogni tipo per la mancanza di parità salariale fino all’instabilità del posto di lavoro.

Secondo il regime “il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la ‘mascolinizzazione’ della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.

La donna che lavora, si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se si sposa, difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Io la chiamo disobbedienza collettiva, che ha portato all’esasperazione donne e uomini verso questi retaggi culturali che purtroppo ci portiamo dietro da secoli, in ogni parte del mondo, all’indomani del febbraio del ‘79 “vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne soppressa ogni libertà di stampa, di riunione o di parola”.

Nella prigione di Evin, chiamata la bocca dell’inferno, ci sono migliaia di intellettuali e dissidenti politici che sono il futuro della democrazia iraniana.

Sì, si dà per scontato la libertà, perché non sappiamo cosa vuole dire avere il timore che da un momento all’altro qualcuno ti fermi e ti porti via per una sessione rieducativa; non sappiamo cosa significa essere un rapper come Toomaj, che è in carcere dal 30 ottobre e di lui non abbiamo notizie.

Non sappiamo cosa sta passando Abolfaz, il giovanissimo ragazzo di 16 anni che non può più sorridere.

Ho visto il video in cui viene colpito alla testa: lui è a terra senza la parte sinistra del cranio, sanguinante a terra. Era uscito da casa della nonna e le guardie l’hanno colpito ad una distanza ravvicinata alla testa. Un colpo di gas. E’ vivo per miracolo, ma ha passato 5 mesi in terapia intensiva, operazioni su operazioni non hanno avuto successo e oggi è un vegetale. Dalle immagini si vede che gli manca metà testa ed è su un letto con le flebo attaccate. Era pieno di vita, giocava a calcio e parlava inglese. La madre dice abbiamo disperatamente bisogno di un chirurgo specialista, per dargli la possibilità di sorridere e di festeggiare la vita. Cosa aveva fatto di male per meritarsi questo? Stava camminando per strada…

Libertà, la così tanto abusata e incompresa parola, perché non abbiamo vissuto il dolore, la solitudine, la paura di morire, la fame; non abbiamo cercato i corpi dei nostri cari nelle fosse comuni per poter dar loro una degna sepoltura.

Per questo oggi è un giorno importante per testimoniare la vita: siamo vivi!

Dall’Iran arrivano video di ragazze e ragazzi che ballano, cantano anche davanti alle condanne certe, sorridono.

Questa rivoluzione porta il nome di ogni persona caduta e un giorno faremo un grande monumento in onore a tutte le anime che hanno perso la vita in questi 8 lunghi e straordinari mesi.

Anche noi un giorno festeggeremo il 25 aprile.

Il giorno di Liberazione dall’occupazione del regime.

E daremo inizio ad una nuova nascita delle Istituzioni democratiche iraniane, che saranno da capofila a tutto il Medi Oriente, per un futuro di pace e prosperità, per il pianeta.

E’ proprio il caso di dirlo, perché antifascismo è sinonimo di democrazia.

Trovo le parole di Nilde Iotti più attuali che mai: “Questa Repubblica si può salvare. Ma per questo, deve diventare la Repubblica della Costituzione”.

Buona Festa della Liberazione a tutte e tutti!

Il materiale pubblicato integralmente è stato inviato in redazione dall’ufficio stampa del Comune di Reggio Emilia.

 

 

(25 aprile 2023)

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