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Il conflitto russo ucraino tra narrazioni giustificatrici di morali diverse. Chi ha fatto i conti con la propria storia?

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di Vanni Sgaravatti

La storia dell’Ucraina non ha fatto parte del background storico culturale di molti di noi: i morti di fame in Africa sì, le vittime del nazismo sì, i desaparecidi sudamericani sì; di quelli ucraini nell’est dell’Europa ho seri dubbi, è una storia che conosciamo solo per titoli o per testi di ricerca un po’ intellettuali. Però adesso che la guerra in Ucraina è nelle nostre televisioni, siamo condizionati dai nostri umori, come è normale che sia, senza avere consapevolezza di cosa sia successo e con tante idee di nazioni “Ucraine”, tutte nella nostra testa. E sono tante queste Ucraine immaginarie, più o meno inventate.

È storia lontana? Ma se noi italiani accusiamo ancora di simpatie fasciste certi politici nostrani, segno di conti con un passato mai del tutto chiuso, cosa è successo tra i russi e gli Ucraini nel corso dell’ultimo secolo? Il mio intento non è fare una graduatoria degli orrori, ma solo dire: “cosa conosciamo noi di quelle storie”?

Continuo a pensare che non siano un paio di articoli a colmare questa eventuale lacuna, ma provo a farlo, prima di riprendere il ragionamento, con qualche flash. Un importante libro sull’argomento uscì con il permesso di Gorbaciov nel 86, non fu pubblicato in Italia per 18 anni, suscitò reazioni scomposte. Altre testimonianze avrebbero dovuto essere già note a chi avesse letto Barzini, uno dei pochissimi giornalisti che vide come stavano le cose nell’URSS degli anni 30 o chi avesse letto Vasilij Grossman o ancora il resoconto di Paolo Vita Finzi uno dei migliori diplomatici italiani di sempre: “A Volochcrovo (ora città fantasma ghiacciata), la capitale del distretto, in un piccolo parco accanto alla stazione giacevano e morivano i contadini provenienti dall’Ucraina. Ci si abituò a trovare i cadaveri la mattina. Arrivava un furgone e un inserviente dell’ospedale, Abraham, ammucchiava i corpi. Non tutti morivano. Molti vagavano lungo squallidi e sporchi veicoli trascinando le gambe esangui e gonfie per l’idropisia, scrutando ogni passante con i loro occhi da cani supplichevoli”.

I moribondi venivano seppelliti nelle fosse comuni insieme ai morti e ci sono relazioni che parlano di ragazzi che stavano in quelle fosse giorni prima di morire.

Continuarono a passare ininterrottamente attraverso la regione di Novosibirsk interminabili convogli che si dirigevano verso le paludi di Narym e in quelle insaziabili paludi ci rimasero tutti (2 milioni e mezzo). I bambini morivano prima, durante il viaggio, riempivano le stazioni di Kiev, Odessa, Kerson, ecc. Con le membra scheletriche che ciondolavano su addomi gonfi come palloni.

A Kiev al mattino passavano i carri a piattaforma, i pesanti cavalli da tiro raccoglievano quelli morti durante la notte. C’erano piattaforme con i bimbi accatastati: magri, lunghi, le faccine da uccelletti morti, il beccuccio appuntito. Fra di loro c’era ancora chi pigolava, le testoline a ciondoloni, appesantite. Si legge in alcune testimonianze: “Io chiesi al vetturale, lui fece un gesto con la mano: prima che io arrivi a destinazione, si silenzieranno per sempre”.

A certi, invece, dava di volta il cervello. Erano quelli che facevano a pezzi morti e uccidevano i propri figli e li mangiavano.

Trockij diceva: “in nessun luogo la repressione, le epurazioni, l’assoggettamento e tutti i tipi di vandalismo burocratico in generale hanno assunto proporzioni così micidiali come in Ucraina nel tentativo di schiacciare la tenace lotta sotterranea del popolo ucraino per una maggiore libertà e indipendenza. Ma Stalin sottovalutò la forza del sentimento nazionale, la sua capacità di subire questi colpi e nonostante ciò di sopravvivere” (mi pare che l’errore si ripeta). La portata dell’attacco alla cultura ucraina risulta evidente semplicemente guardando le cifre: la maggior parte degli autori che scrivevano in ucraino scomparvero, furono fucilati. Furono deportati dirigenti da: ministero nazionale dell’agricoltura, accademie di filosofia, di lingua, della letteratura Sevchenko, Istituto Karl Marx, Comitato redazionale enciclopedia ucraino sovietica, il teatro ucraino nazionale. Furono estorte confessioni di nazionalismo, prima e di trotzkismo, poi, coinvolgendo un numero di professori elevatissimo. Il terribile capo della Nkvd sparava nelle strade di Kiev chi parlava in ucraino. Non si tratta quindi di demonizzare i russi, non identifichiamoci nei grandi giudici della storia, ma identifichiamoci nei piccoli uomini che vivono qui ed ora, ma io mi chiedo: “quale paese è così grande da poter sperare di far vivere una popolazione estesa all’interna di una visione costruita per loro, senza possibilità di voci contrarie? In quel paese questo non sarebbe un rimettere indietro le lancette della storia come molti stanno dicendo, guardando il conflitto in corso?

E quale paese non ha fatto almeno parzialmente i conti con la propria storia? Gli italiani dopo il fascismo? I Tedeschi dopo il nazismo e dopo il processo di Norimberga? I Giapponesi dopo la guerra e dopo la capitolazione?

Quello che appare altrettanto tragico è il potere delle narrazioni, che ha comportato conseguenze terribili in tutte le parti del mondo, in particolare da quando il sapiens ha trovato il modo di far coesistere grandi collettivi umani riuniti da simboli e appunto narrazioni ideologiche”. Lo è stato nella caccia alle streghe (era il medioevo), nel colonialismo all’occidentale. Ma anche nei tempi moderni da una parte all’altra.

Gli artifici propagandistici che, agli occhi accorti ed avveduti di oggi, sarebbero buffi se non fossero tragici, li ritroviamo nelle definizioni propagandistiche che vengono date al nemico del popolo (Russo): una volta il Kulako, oggi il fascista ucraino.

Ne riporto alcuni stralci del tempo che fu: Il Kulako è uno che assume una figlia di una vicina per un mese; se la mucca confiscata ad un Kulako viene data ad un contadino povero questo diventa automaticamente un kulako; se un contadino spegne un incendio di un Kolkoz salvandolo, questo dimostra che ha capacità di leader e quindi non può essere che un Kulako; se un contadino non Kulako non parla male di un Kulako vuol dire che è un sottokulako; se un contadino scappa in città per farsi assumere in un’azienda come operaio non può essere che un kulako che scappa dal suo dovere; se una ragazza non è figlia di un kulako, ma la madre frequentava il prete potrebbe essere sua figlia, figlia di un amico di un kulako”; se qualcuno si commuoveva per la sorte dei Kulaki era un agitatore, nemico del popolo; se entrando nei villaggi qualcuno veniva visto diverso dagli altri, cioè senza il ventre gonfio e bluastro, moribondo questo era un segno che era un terribile Kulako, perché aveva nascosto qualcosa.

Era una propaganda arcaica non come quella di oggi? Ma mi sono appena arrivati post di un blogger propagandista russo, che gira in Donbass, che parla di uccidere i bambini ucraini perchè non diventino i fascisti di domani. E quei bambini, quegli orfani che ora avrebbero e (alcuni hanno) l’età di mia madre, i cui figli hanno ora la mia età, quali visioni del mondo, quali sensibilità umane albergano? Ricordo che già Lenin nella carestia del 1891-92 che colpì il paese dove viveva, aveva sostenuto (Shreiber “Uber Lenin Anfange”) che la carestia avrebbe radicalizzato le masse e commentò: “Dal punto di vista psicologico questa storia di nutrire chi sta morendo di fame è niente più che un’espressione di sdolcinato sentimentalismo tanto caratteristico della nostra intellighenzia”.

Le persone con quell’imprinting, che al contrario di molte vittime nel mondo, in parte, ora ricoprono ruoli importanti di carnefici, ma che se anche ora fossero nuovamente vittime, quale disponibilità e forza di credere alla nostra pace avrebbero? Sono discendenti di persone che da 400 anni lottano per la loro specifica identità collettiva.

È vero forse non possiamo tenere conto di queste sensibilità storiche quando vorremmo la pace per non rischiare un olocausto nucleare e, allora, non possiamo fare a meno di imporla. Ma almeno non cerchiamo di adottare improprie narrazioni morali giustificatrici se proprio vogliamo imporre la nostra pace.

D’altra parte, la questione culturalmente e psicologicamente interessante di questa situazione è che ci mette di fronte a dilemmi morali incredibili.

I nodi di quelli che desiderano pace universale, di ambientalismo planetario, di rispetto dei diritti internazionali vengono al pettine, quando si presentano i conti da pagare. Quale migliore soluzione sta, allora, nel modificare la narrazione diagnostica del mondo, attraverso i mezzi di diffusione via internet di informazioni incontrollabili che sono molto potenti, per evitare le inconciliabili contraddizioni?

E nelle forme più semplici, le ri-narrazioni le abbiamo davanti agli occhi: parliamo di pace, ma di non imposizione della pace; parliamo di minoranze che vogliono continuare a combattere, perchè altrimenti dovremmo parlare di imporre al popolo ucraino la pace. E poi popolo non va bene: meglio parlare di manipolo di nazionalisti.

Naturalmente diciamo che non siamo neppure come i russi che vogliono imporre la loro pace, per fare il bene del popolo ucraino in mano a manipolatori nazisti. Una narrazione che si salda perfettamente con i proclami dei giornali sovietici e i dispacci della Nkvd sovietica degli anni 30.

Ma nei fatti, la nostra logica non porta agli stessi risultati di quella dei russi? Con la differenza che in termini di coerenza ideologica loro sono molto più avanti, perché noi facciamo un’altra piroetta dialettica: la pace che vogliamo imporre è quella anche degli ucraini, che ne siano consapevoli o meno (anche questa l’ho già sentita).

Per renderci credibili a noi stessi, dovremmo ovviamente credere che i Russi fermerebbero distruzioni, deportazioni, discriminazioni, se questi ostinati nazionalisti ucraini, senza armi, non possano più rivendicare territori da loro occupati. Ci penserebbe l’Onu a verificare. Sempre che non arrestino gli osservatori Ocse come fu fatto nel 2014 nel famoso referendum falso in Crimea.

Ma rilevo un’altra ed ennesima contraddizione. Molti di noi, consapevoli o meno, vogliono la pace per mettere a tacere le proprie ansie, le proprie paure, per mantenere il proprio benessere, quello occidentale.

In questo senso, avremmo le stesse intenzioni, di fatto, dei russi, ma per motivi diversi: loro per difendere il potere egemonico Russo, parte integrante della loro identità imperiale e noi per mantenere il benessere che ci ha garantito il potere egemonico occidentale, che noi però contestiamo.

Un mostro si aggira nei paesi europei, travestito da arlecchino, un guazzabuglio di tanti colori, un insieme di tanti specchi, in cui non si sa più chi siamo e cosa vogliamo. Del resto, siamo stati preparati a questo ormai da un’altra invasione quella del capitalismo di sorveglianza, che da tempo ci “comunica” e ci fa capire quali sono i nostri bisogni e che un bisogno vale l’altro. Ma questa è un’altra storia.

 

(8 maggio 2023)

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