Nel pomeriggio di oggi Reggio Emilia ha ricordato con una cerimonia istituzionale il sacrificio dei nove operai delle Reggiane uccisi il 28 luglio del 1943 mentre manifestavano per chiedere la fine della guerra. Il sindaco Marco Massari ha deposto un mazzo di fiori davanti al cancello delle ex Officine Reggiane di via Agosti e una corona sotto la lapide al Tecnopolo che ricorda i caduti. Oltre al primo cittadino di Reggio Emilia hanno partecipato alla cerimonia all’interno della sala conferenze del Tecnopolo Elio Ivo Sassi, consigliere delegato della Provincia di Reggio Emilia e Alex Scardina, coordinatore Uil Reggio Emilia.
L’intervento del sindaco Marco Massari: “Ci ritroviamo, anche quest’anno, per ricordare nove lavoratrici e lavoratori. Nove cittadini. Nove vite spezzate il 28 luglio 1943. Erano passati appena tre giorni dalla caduta di Mussolini. Molti italiani avevano sperato che quel momento segnasse anche la fine della guerra. Na non fu così. Il governo Badoglio confermò la prosecuzione del conflitto e dispose attraverso il capo di stato maggiore generale Mario Roatta misure durissime per reprimere ogni manifestazione popolare, che autorizzavano l’esercito e le forze di polizia ad aprire il fuoco senza preavviso contro ogni assembramento di persone superiore alle tre unità. Alle Officine Reggiane, che allora occupavano oltre dodicimila persone e rappresentavano uno dei più importanti poli industriali del paese, quella mattina operai, tecnici, ed impiegati avevano una precisa idea in mente: quella di lasciare lo stabilimento e sfilare per le vie cittadine chiedendo la fine della guerra, decisi a manifestare nonostante il divieto della direzione e le severissime norme sull’ordine pubblico emanate dal governo Badoglio. Non chiedevano privilegi. Non chiedevano aumenti di salario. Chiedevano la pace. Chiedevano che quella guerra, che aveva già seminato morte e miseria, finisse. Era una manifestazione pacifica. Una manifestazione di lavoratori disarmati che volevano attraversare la città con il tricolore, restituendo a quella bandiera il suo significato più autentico: libertà, dignità, futuro. Ai cancelli delle Reggiane vennero accolti dal fuoco dei bersaglieri del Regio esercito e dalle guardie dello stabilimento. Caddero Domenica Secchi, che portava in grembo una nuova vita, Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Eugenio Fava, Nello Ferretti, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari e Angelo Tanzi. Oltre cinquanta persone rimasero ferite. Fu una delle prime grandi stragi compiute contro civili dopo il 25 luglio 1943. Quei nove operai non morirono per una rivendicazione sindacale. Morirono perché ebbero il coraggio di affermare che la vita delle persone vale più della guerra. Che il lavoro non può essere piegato alla violenza della dittatura. Che la libertà comincia quando qualcuno trova la forza di dire “basta”. La loro scelta anticipò quello che, poche settimane più tardi, sarebbe diventato il grande cammino della Resistenza italiana. Da quella tragedia nacquero nuovi scioperi, nuove forme di opposizione, una più ampia consapevolezza che la libertà non sarebbe arrivata da sola, ma avrebbe richiesto il coraggio e il sacrificio di tante donne e tanti uomini. È anche grazie a loro se oggi viviamo in una repubblica democratica. Viviamo però un tempo che continua a interrogarci. La guerra è tornata nel cuore dell’Europa e continua a devastare tante altre parti del mondo. Assistiamo ogni giorno a immagini di città distrutte, di civili uccisi, di bambini costretti a crescere tra le bombe. E, insieme ai conflitti, vediamo riaffacciarsi linguaggi di odio, semplificazioni, intolleranze che sembravano appartenere al passato. Per questo il sacrificio dei martiri delle reggiane non appartiene soltanto alla memoria. Parla al nostro presente. Ci chiede se siamo ancora capaci di difendere la pace quando appare fragile. Ci chiede se sappiamo custodire la democrazia anche quando il confronto è difficile, senza mai accettare che la forza possa sostituire il dialogo, senza abbandonarci alla tentazione dello scontro. Ci chiede se il lavoro continui a essere ciò che la nostra costituzione riconosce fin dal suo primo articolo: il fondamento della Repubblica e uno strumento di dignità, emancipazione e partecipazione. Le Reggiane hanno attraversato tutte le stagioni della storia della nostra città: il lavoro, la repressione fascista, la resistenza, la ricostruzione, le crisi industriali e la rinascita. Oggi questo luogo è diventato il parco innovazione: un luogo di ricerca, di impresa, di università, di tecnologia. Un luogo che evolve, cambiando pelle ma restando identitario, interpretando l’attualità, le sfide del presente e del futuro. Ma il futuro ha valore soltanto se conserva memoria delle proprie radici. Perché il progresso non si misura soltanto nella capacità di innovare. Si misura nella capacità di mettere il sapere al servizio delle persone, di creare lavoro di qualità, di ridurre le disuguaglianze, di non lasciare indietro nessuno. Questi muri parlano ancora. Parlano della forza del lavoro. Parlano della violenza della dittatura. Parlano del coraggio di chi ha scelto la libertà. E parlano anche a noi, chiedendoci ogni giorno di essere all’altezza di quell’eredità. Ricordare significa assumersi una responsabilità. La responsabilità di difendere la costituzione, nata anche dal sacrificio di uomini e donne come i martiri delle reggiane. La responsabilità di contrastare ogni forma di autoritarismo, di odio e di indifferenza. La responsabilità di costruire una comunità che sappia prendersi cura delle persone più fragili, perché la democrazia è autentica solo quando nessuno viene lasciato solo. C’è un aspetto che continua a colpire, a distanza di 83 anni. Gli operai delle reggiane non manifestavano contro qualcuno. Manifestavano per qualcosa. Per la pace. Per la dignità del lavoro. Per la libertà. È questo che rende universale il loro sacrificio. Se oggi siamo qui è perché quei nove nomi non appartengono soltanto alla storia di Reggio Emilia, appartengono alla storia della Repubblica italiana. Ogni volta che li pronunciamo rinnoviamo un impegno: fare in modo che nessuno debba mai più morire per chiedere ciò che è più umano e più giusto: la pace, la libertà, la dignità del lavoro”.
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La cerimonia in ricordo dell’eccidio è stata organizzata da Comune e Provincia di Reggio Emilia, confederazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil, associazioni partigiane Anpi, Alpi-Apc, Anppia, Istoreco, Comitato ex operai e impiegati delle Reggiane e Comitato democratico e costituzionale sono i promotori degli eventi per la commemorazione.
Il 28 luglio del 1943, a pochi giorni dalla caduta del regime fascista, nonostante l’entrata in vigore di norme molto restrittive sull’ordine pubblico, emanate dal governo Badoglio, che autorizzavano l’esercito e le forze dell’ordine anche a sparare contro ogni assembramento di manifestanti superiore alle tre persone, un corteo tentò di sfilare per le vie della città chiedendo la fine della guerra, chiedendo semplicemente la pace. Durante la manifestazione, ai cancelli delle ‘Reggiane’, l’esercito, nel tentativo di interrompere la mobilitazione, aprì il fuoco sulla folla. Nove gli operai che rimasero uccisi otto uomini e una donna incinta. Ecco i loro nomi: Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Nello Ferretti, Eugenio Fava, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi, Angelo Tanzi.
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(28 luglio 2026)
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